#2 - Io, nella palla con la neve

Sono tornata qualche giorno fa dalle vacanze estive, passate una parte con il mio ragazzo e l'altra con mia madre. In questo momento sto attraversando la mia solita malinconia post-vacanze.

Apro la galleria e scorro tra gli istanti che ho immortalato per cercare di essere ancora un po' lí, se non fisicamente almeno con la testa. Scorrendo più o meno velocemente, mi ritrovo a pensare, come ogni anno, la stessa cosa: non ho amicizie.

Apro Instagram. So che non dovrei quando sono triste e che dovrei tutelare la mia salute mentale, ma ignorare un problema non lo fa sparire dalla mente. Osservo le storie e i post dei miei coetanei: istanti su istanti di persone che hanno passato le loro vacanze in compagnia. Grigliate di Ferragosto, nottate passate svegli aspettando l'alba, escursioni, tuffi, traghetti presi insieme, gelati e cene condivise. So perfettamente che quello che vedo è studiato per apparire in nove sedicesimi e che la vita che vedo lí non è quella fuori da lí. Ma per un solo, piccolo istante, l'invidia mi trapassa dalla testa ai piedi e mi scende una minuscola lacrima, una sola.

Questo mi fa stare male lí per lí, perché mi ritrovo a pensare a quella sensazione che per tanto tempo, soprattutto da piccola, mi ha tenuta per mano: il sentirmi indietro rispetto agli altri.

Se prendessi i diari dei miei ventisette anni, emergerebbe il ritratto di una persona sola, molto sola, cosa che oggettivamente sono. Infanzia, adolescenza, università; sempre la stessa dinamica:
una spasmodica ricerca dell'amicizia; poi compare un'amica o un amico all'orizzonte e, siccome sono sola, mi sento quasi onorata delle sue attenzioni. Mi lego a lei o lui pensando a tutte le cose belle che potremmo fare insieme, mi faccio in quattro per rendere quel rapporto qualcosa di unico, e nel giro di poco tempo l'altra persona scompare, magari si lega a qualcun altro, oppure mi ignora. 

Ho iniziato a vivere questa dinamica alla scuola materna e da allora non è mai cambiato niente.

Per non parlare dell'esperienza del gruppo: non ho mai avuto un gruppo di amici in cui potessi essere semplicemente me stessa. Quelle rare volte nelle quali ne ho fatto parte non ero altro che "la ruota di scorta": nella scuola ero quella che faceva tutto il lavoro di gruppo, nel tempo libero ero quella fuori posto, introversa, che si guardava sempre da fuori e mai da dentro. Ho sempre "retto il moccolo", per capirci. "Marta, sei fantastica!", "Marta, come faremmo senza di te!". Quante volte ho sentito queste frasi, quante volte ci ho creduto, sperato, immaginato scenari da film. Alla fine sono sempre stata messa da parte, anche e soprattutto nei momenti di difficoltà.

L'amicizia per me è sempre stata l'esterno visto da dentro una palla con la neve, dove io ero il monumento statico e piccolissimo che vedeva il mondo scorrere fuori da sé. In una parola? Inaccessibile. E lo è tuttora. È come se una forza misteriosa avesse deciso che l'amicizia non debba far parte della mia vita. Per difendermi ho imparato a nascondere il dolore dietro l'esigenza.

Nonostante io qualche volta ancora soffra per questa situazione, non odio l'amicizia, anzi, la ricerco. Guardo tutto (e tutti) con diffidenza, certo, ma questo non riduce le mie speranze. Non ho avuto accesso a molte esperienze, è vero: non so cosa significhi confidarsi con un'amica, scambiarsi vestiti, fare vacanze con un gruppo, farne parte ed esserne una parte imprescindibile. Ma questo non significa che la mia vita valga di meno delle altre o, peggio ancora, che si sia fermata. Al contrario, è andata avanti.

Perché è vero che fare le cose insieme è bellissimo – e lo dico da persona che si sente anche e soprattutto amata immensamente dal proprio ragazzo, amandolo a sua volta, e da sua madre – ma non avere amicizie ti porta a riconsiderare la solitudine non come un pozzo senza fondo, ma come una grotta da cui invece entra tanta luce che mostra un piccolo corso d'acqua che scorre. Essere soli non significa sentirsi soli. Significa solo attraversare una fase della vita nella quale imparare a camminare con le proprie gambe, capire cosa si vuole, cercarlo e non smettere mai di farlo. Essere soli ti permette soprattutto di capire al meglio i tuoi interessi e di avere del tempo per dedicartici. Per usare la saggezza popolare spiccia: non tutti i mali vengono per nuocere

"Ora" non è "per sempre": robabilmente ci ho messo ventisette anni e un po' di terapia per capirlo. L'assenza di veri amici non è solo una dinamica che dipende dal caso o dall'essere stati piú o meno fortunati. In alcuni casi sì, ma nel mio è anche un po' una scelta, perchè ho imparato ad aspettare: ho sofferto, soprattutto durante l'adolescenza, per i gesti, ma anche e soprattutto per le parole di persone che non hanno ritenuto opportuno impiegare energie per provare a capire una sensibilità diversa dalla loro. Hanno deciso di fermarsi alla superficie incollando sulla mia testa l'etichetta di strana o pesante, e io oggi non biasimo nessuno per questo. Certo, è difficile capire ció e farselo scivolare addosso a 15-16 anni, quando vedi le persone intorno a te andare insieme ai concerti o a ballare e ritrovarti ad essere esclusa perchè chi hai davanti non capisce come possa darti fastidio la musica troppa alta o come, semplicemente, non ti piaccia ballare e stare al centro dell'attenzione.

Tanti amici e amiche sono passati per la mia vita, e ho condiviso con loro momenti speciali che hanno reso bello quel periodo. Queste persone, quasi sempre, sono andate via. Ci sono tanti motivi per cui un'amicizia non regge la morsa del tempo. Si cambia, si cresce, ognuno con i propri tempi, e cambia ciò che si cerca nelle persone. È inevitabile che a un certo punto ci si allontani.

Solo negli ultimi anni ho iniziato a farlo anche io, perché ho capito di doverlo soprattutto a me stessa. Ho capito di dover lasciare andare, soprattutto quando ci si rende conto che dall'altra parte non si riceve quanto si dà o si è dato. 
Anche se...

Le porte, non tutte, sono fatte per essere completamente chiuse.

Alcune amicizie finiscono perché devono finire, certo, altre peró finiscono in modo "fittizio" perché quel momento non è fatto per reggerle. E spesso ci si accorge che la solitudine in cui credevamo di essere non è altro che il campanello suonato da un'amicizia che chiede di tornare.

Prima di partire per le vacanze sono andata a cena con alcuni vecchi amici di scuola, persi un po' di vista in questi anni di università. Non abbiamo foto di quel momento, men che meno non abbiamo fatto cinque stories uguali per immortalare la serata e mostrare che che "ci siamo visti". Anzi, non abbiamo proprio fatto alcuna foto. Abbiamo pensato piuttosto a condividere buon cibo, qualche battuta, chiacchiere e novità, e a ricordare i tempi della scuola, di quando ci incontravamo a ricreazione per i corridoi pensando a quando saremmo usciti e avremmo iniziato la vita da grandi.

Intorno a quella tavola una cosa è emersa: l'amicizia che credevamo finita era solo cambiata e diventata "da grandi".

Nessuna foto, nessuna storia. Solo noi. Ed è bastato.

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