Not Just Cute: quelle dei Peanuts non sono solo "bambine"
Mentre oggi ero in università, nella pausa tra la prima e la seconda ora di lezione, apro il menù a tendina del telefono e mi ritrovo la notizia della mostra sui Peanuts che si è tenuta in questi giorni ai Romics. Non capisco mai perché le notizie mi arrivino SEMPRE con qualche giorno di ritardo, e il titolo con cui si apriva la notizia riguardava proprio la mostra, organizzata in occasione del settantacinquesimo anniversario della pubblicazione della prima striscia dei Peanuts. Vi lascio immaginare la delusione: mi sarebbe piaciuto andarci, ma soprattutto nello scoprire che l’anniversario ricorreva quattro giorni fa e non oggi come invece pensavo. Fine dell’aneddoto.
Dal 2 ottobre 1950, quando la
prima striscia disegnata da Charles Schulz apparve su diversi quotidiani
americani (più di sette), credo che ci sia stato insegnato un nuovo modo (o
forse solo un modo diverso) di guardare la vita. Ormai da anni la mia giornata
inizia aprendo il Post, che pubblica le strisce quotidianamente, e dopo
averle lette penso che la giornata andrà bene nonostante tutto. In quelle
strisce, ogni volta, ritrovo quel misto di ironia, malinconia e lucidità che
nessun altro fumetto sa darmi. Ma soprattutto ritrovo loro: le bambine.
Le bambine dei Peanuts mi
insegnano tantissimo e tutte, con i loro modi di essere e pensare, sono per me
un modello per affrontare le situazioni della vita. Schulz è riuscito a
costruire delle personagge con una personalità viva, mutevole,
imperfetta e non stereotipata. Emerge una femminilità non costruita a tavolino,
che non pretende coerenza assoluta, ma che si muove, che sbaglia, che si
ripensa. Forse è per questo che amo tanto i Peanuts: perché dentro quelle
quattro vignette, Charles Schulz ha disegnato un mondo in cui i suoi
personaggi, ma soprattutto le bambine, non sono solo graziose o sagge o
arrabbiate. Sono tutto questo insieme.
Chiariamoci: non sto dicendo che
i Peanuts siano femministi, anzi, di femminismo non ci sono tracce. Vi dirò di
più: i bambini sanno essere molto dispotici e antipatici nei confronti delle
loro amiche. Le bambine dei Peanuts non sono paladine del femminismo nè fanno
discorsi femministi, ma è evidente invece come lo mettano in pratica ogni
giorno, nei fatti e nelle parole.
Nelle prime strisce compaiono
alcuni personaggi che non avranno molto successo e quasi subito spariranno,
come Violet e la prima Patty (non Piperita), le “bambine modello”, prigioniere
dell’ordine degli anni Cinquanta: vestitini impeccabili, ricci perfetti, modi
educati, e una cattiveria sottile che serviva più a escludere che a dialogare.
Una sorta di casalinga in miniatura, di quelle che si possono immaginare su
quelle pubblicità degli elettrodomestici, per capirci. Nelle strisce le vediamo
spesso fare gruppo, allearsi per deridere, rappresentare quella competitività
femminile imposta dal conformismo dell’epoca. Schulz le disegna con ironia:
belle e vuote, curate e noiose. Non le condanna, ma le lascia evaporare, fino a
farle scomparire. È come se il suo fumetto stesso non avesse più spazio per un
femminile che vive solo di forma.
Poi, sullo sfondo, arriva “la
bambina dai capelli rossi”, che in realtà non arriva mai. È l’amore
inaccessibile di Charlie Brown, la presenza che non parla, non agisce, non
esiste se non nel desiderio altrui. È la “donna-angelo” della tradizione
americana, fatta di silenzi, sorrisi e distanza. Ma proprio questo silenzio,
questa assenza, è la critica più lucida che Schulz potesse scrivere: la
perfezione femminile non ha voce. La bambina dai capelli rossi è un’ombra, e
Charlie Brown la ama perché non la conosce. È un amore impossibile e, in fondo,
ingiusto — perché si innamora dell’idea di lei, non di lei. Comunque, la ragazzina con i capelli rossi esiste davvero: si chiama Donna Johnson Wold, ed è stata il grande amore di Schulz.
Con Lucy van Pelt il mondo dei Peanuts cambia direzione. Lucy non chiede scusa a nessuno. È ironica e sarcastica, diretta, implacabile. Quando parla, la vignetta si riempie. È la sorella maggiore di Linus, la ragazzina che sa sempre tutto, quella che offre “consulenze psichiatriche” per cinque centesimi. È arrogante, ma lucida; autoritaria, ma anche incredibilmente acuta. In una società che educava le bambine alla dolcezza e all’acquiescenza, Lucy è un cortocircuito. Vuole il potere, e non finge di non volerlo. Vuole la vittoria e avere sempre ragione anche quando sbaglia la battuta nella partita di baseball.
Eppure, Schulz non la riduce mai a una caricatura della donna “forte”. Lucy è contraddittoria. Si scioglie davanti a Schroeder, il piccolo pianista devoto a Beethoven, e da temibile stratega si trasforma in bambina innamorata, piena di domande e di goffi tentativi. Non diventa ridicola, diventa umana. È come se Schulz dicesse: la forza e la fragilità non sono opposti, ma parti della stessa persona. Lucy incarna proprio questo: una forma di indipendenza che non rinnega la vulnerabilità.
Nel 1966 arriva Piperita Patty, e con lei un nuovo respiro. È sportiva, solare, ruvida, spesso distratta. Si presenta con la camicia a righe verdi, i sandali, spesso un cappellino da baseball più grande della sua testa, dei capelli color carota improbabili, e un’identità che non chiede permesso. Non ha bisogno di somigliare a nessuno, e forse è per questo che la scuola la confonde e la fa dormire di continuo: la sua insegnante continua a chiamarla “Patricia”, lei risponde “presente” con leggerezza, ma sappiamo che dietro quel sorriso c’è il peso di non sentirsi mai del tutto compresa. Peppermint Patty è la prima bambina dei Peanuts a sfidare apertamente le regole di genere: gioca, comanda, non si cura dell’apparenza. È libera, ma non invincibile. Si innamora di Charlie Brown e non capisce i suoi stessi sentimenti, si arrabbia, piange, eppure continua a camminare. È l’emancipazione con le ginocchia sbucciate, e ci piace tantissimo.
Accanto a lei c’è Marcie, la sua amica e, spesso, la sua voce di coscienza. Marcie è razionale, ironica, intelligente. Indossa occhiali tondi e parla piano, ma le sue battute sono spesso le più taglienti. Il suo “sir”, tradotto in italiano con “Capo”, con cui si rivolge a Peppermint Patty, è un gesto che da bambino si legge come strano, ma da adulto si capisce come rivoluzionario: una ribellione linguistica. Non “miss”, non “ma’am”, ma “sir”: rispetto che attraversa i confini del genere. Marcie è la mente che non ha bisogno di farsi notare, e per questo lascia il segno, e quello con Piperita Patty è, a mio parere, uno degli esempi più belli di sorellanza.
Le bambine dei Peanuts sono diverse tra loro, ma condividono qualcosa di profondo: non chiedono di essere amate per come appaiono, ma per come pensano, parlano, reagiscono. Sono intelligenti, imperfette, ironiche, e questo le rende ancora più vere.
Schulz, da uomo, non poteva
parlare “da dentro” il femminismo, ma ha fatto qualcosa di altrettanto potente:
ha lasciato spazio. Ha dato parola a personaggi femminili che non sono spalle,
né simboli. Le ha fatte esistere per intero.
Il femminismo dei Peanuts non è
un manifesto, è un gesto quotidiano: il diritto di essere se stesse, anche
quando non si rientra nei ruoli. Lucy, Peppermint Patty, Marcie, Sally, Eudora, Violet,
Patty, perfino la bambina dai capelli rossi — ognuna a modo suo — racconta una
sfumatura di libertà, o il suo contrario.
E forse è proprio per questo che, a distanza di oltre settant’anni, le loro voci non smettono di suonare attuali.
In fondo, queste bambine non sono solo carine, né solo forti. Sono vive.
E questo basta a fare di loro, ancora oggi, un atto di resistenza: Not Just Cute.












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